04 luglio 2013


I segreti della Sirena

     La Storia del Libro e dell’Editoria è una disciplina che non si occupa di contenuti, se non in via secondaria, ma privilegia forme e cifre, anzi sulle cifre eminentemente si basa: una delle tante chiavi di lettura dei fenomeni storici che alle valutazioni qualitative antepone un metodo quantitativo che, prima di interpretare, è vincolato al calcolo di flussi, frequenze e percentuali. I dati che emergono, sempre provvisori, delineano un mosaico che non coincide, se non per brevi tratti, con la storia della cultura ufficiale, la cultura alta, quella, per intenderci, che viene raccontata nei manuali delle scuole medie e dei licei, nonché nei testi universitari. A prima vista può apparire strano – ma a ben riflettere non lo è affatto – che i libri più letti non siano quasi mai quelli che la critica successiva considera i ‘capolavori’, le pietre miliari sul piano letterario, filosofico, socio-politico, scientifico, ecc. Al contrario, molti dei titoli dei bestseller di antico regime, spesso autentici longseller, risultano completamente sconosciuti, ignorati e dimenticati al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori: Leggenda aurea, Imitatione di Christo, Arte di ben morire, Fiore di virtù, Amadigi di Gallia – e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo – non sono che alcuni dei volumetti più amati da generazioni e generazioni di lettori, non tanto e non solo dalle élite di intellettuali, che comunque non li disdegnavano, ma da uomini e donne di ogni età, ceto e condizione, in città e in campagna, di ogni angolo dell’Europa occidentale. Dove basiamo queste conclusioni, noi storici del libro? Su molteplici elementi che, ‘incrociati’ fra loro nella rispettiva oggettività, si rivelano straordinariamente eloquenti. Concretamente, di che si tratta? Allora, tanto per cominciare, si tratta del numero di edizioni che, dalla seconda in poi, segnalano inequivocabilmente un crescente gradimento di pubblico, meglio ancora se anche in traduzione in una o più lingue straniere; e poi, si tratta del censimento degli esemplari che ci sono pervenuti, del loro stato di conservazione, delle note di possesso che recano, delle annotazioni manoscritte, delle sottolineature e quant’altro è in grado di  riferirci dell’impatto, delle emozioni, degli stati d’animo suscitati. In linea di massima, semplificando e schematizzando all’estremo, la curva parte da una base di grossi tomi quasi sempre in latino, fermi alla prima edizione e pressoché intonsi, per culminare con volumetti in volgare ormai rarissimi, logori e consunti, densi di brevi glosse e di appunti pressoché in ogni pagina, vergati magari con grafie incerte ed esitanti, tipiche dei semillitterati. È la base o il vertice a condizionare nel profondo la storia delle idee? La risposta è molto semplice… e insieme molto problematica.

     Ebbene, la paziente ricerca diacronica di simili elementi, dal Seicento in poi, dimostra inequivocabilmente che nell’ambito del genere-romanzo si contano innumerevoli elementi di vertice, bestseller letti avidamente, riletti, prestati e tramandati, senza che le storie narrate, magari ripetitive, trite e scialbe per il gusto dei palati raffinati, perdessero fascino nei decenni. Dal Seicento in poi, perché è nel Seicento che si afferma questo nuovo modo di narrare, in prosa (e non in versi come per i poemi cavallereschi), rigorosamente in volgare come la novella, e come la novella basato su avventurose low story dagli esiti i più vari, ma più lungo e articolato e quindi dall’intreccio più fitto e sinuoso. Come le novelle spesso testi deboli, spesso pubblicate senza nome d’autore, realizzate dai tipografi in piccolo formato, senza particolare cura e con un corredo iconografico ridotto all’essenziale, e qualche volta pure riciclato! A parte qualche eccezione, successi senza gloria, almeno fino a metà Settecento, quando viene preso in considerazione, sia pure spesso in forma di comte philosophique, da alcuni dei principali esponenti del pensiero dei Lumi. Psicologico, esotico, picaresco, libertino, epistolare, gotico, il romanzo accoglie mode sempre nuove, senza rinnegare il suo codice genetico, e piace in tutti i modi. È in costante ascesa, viene stampato e diffuso a ritmi sempre più intensi, rivelandosi per gli editori sempre un buon affare. Agli albori dell’Ottocento, nel clima romantico, agli aggettivi elencati in precedenza se ne aggiunge un altro, storico, laddove la presa di distanza prospettica non è più di carattere geografico, ma a dominante cronologica. Un ibrido, se non addirittura un ossimoro, una sorta di contraddizione in termini che però riesce a coniugare felicemente fedele (più o meno) ricostruzione di fatti accaduti e fervore dell’invenzione. Gli scenari spaziano dal basso Medio Evo al Seicento, lasciando in ombra l’età classica che aveva dominato fino a quel momento, soprattutto in ambito teatrale. E a questo proposito, con un’associazione mentale che scatta immediata, balzano alla mente Manzoni, Hugo e Dumas padre, come è noto, valutati in maniera difforme dalla critica, ma dal punto di vista della storia dell’editoria e della lettura, autori di formidabili longseller a ugual titolo.

     Una formula fortunata che, però, nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima del secolo scorso sembra perdere terreno rispetto ad altri modelli narrativi, incentrati sulle urgenze del presente da un lato, sulla fenomenologia dell’ego – in tutte le sue pieghe, i suoi risvolti, i suoi deliri – dall’altro. È dal secondo dopoguerra in poi che torna a rivendicare il suo ruolo, e con ogni energia. E, puntualmente, torna a mietere grandi consensi di pubblico. Penso – ancora una volta solo per fare qualche esempio circoscritto a testi scritti o tradotti in italiano – al Medio Evo fantastico di Calvino, al Gattopardo, alle biografie del Rinascimento al femminile della Bellonci, all’Artemisia Gentileschi della Banti, a Il nome della rosa di Umberto Eco, alla Marianna Ucrìa di Dacia Maraini, agli scritti della Morante, di Malerba, di Striano,  a La Chimera di Vassalli, al Memoriale del convento del portoghese Saramago, a Q di Luyher Blissett, e – perché no? – anche al Codice da Vinci di Dan Brown, così spesso catturati dal cinema, che non si fa scappare l’occasione di divenirne cassa di risonanza. Inoltre, in quest’orbita gravita pressoché l’intera produzione di Marguerithe Yourcenar, Accademica di Francia che, come tanti altri, trae ispirazione dalle atmosfere torbide e fumose in cui si consumavano i destini di maghi e alchimisti, filosofi, eretici e stampatori, pervasi da profonde inquietudini, antiche e moderne insieme. Ma non solo. La Yourcenar ambienta anche un’opera – che per giunta da molti viene considerata il suo capolavoro – nella Roma antica, scavando nelle vicende e nell’anima di un grande imperatore del II secolo d. C. Dunque, ritorna l’antico non in teatro, ma sul teatro del libro, come dimostrano anche Cassandra e Medea di Christa Wolf. Personaggi realmente esistiti o figure del mito, si tratta comunque di profili celebri, reclutati dai fasti delle regge, dai vertici della società, dalle ‘stanze del potere’. Una scelta di segno diverso si coglie, invece, in non pochi (oltre il 20%) dei romanzi storici apparsi più di recente, prevalentemente nell’ultimo decennio – tra i quali quelli di Valerio Massimo Manfredi, di Guido Cervo, di Danila Camastri Montanari – che di greci, magnogreci, etruschi e romani raccontano vicende di gente comune, coinvolta (o travolta) dall’imperversare di assedi, battaglie, guerre civili e guerre di conquista, decisi in luoghi altri da quelli in cui svolgono le loro modeste e anonime esistenze. Dalla fine del mese scorso quest’ultimo sottogruppo si infoltisce con l’apparizione di Neapolis – Il richiamo della Sirena di Marino Maiorino, prodotto dall’editrice La Torre.

     Quanti, fra i più recenti di questi titoli, vinceranno la scommessa della lunga durata, è adesso prematuro ipotizzare. Indizio importante, in qualche misura ‘premonitore’ – tutt’altro che una diminutio, come sulle prime potrebbe sembrare, ma al contrario, autentica consacrazione  – va fin d’ora considerato l’ingresso del volume in edicola, dove il numero dei potenziali acquirenti è esponenzialmente maggiore rispetto a quello delle librerie. A questo fine, prima ancora che trama e stile, un ruolo fondamentale gioca la ‘confezione’, le soglie di cui parla Genette, l’insieme degli elementi paratestuali che trasformano il testo in libro. In quanto lettura di piacere – gratuita piuttosto che finalizzata, elettiva e non obbligata – il romanzo, che sia storico o non lo sia, deve attrarre il lettore, lo deve sedurre, lo deve intrigare. Dunque, deve far leva sulla percezione, sull’empatia, su una sorta di piccolo colpo di fulmine, che induca il desiderio di possedere l’oggetto. L’oggetto libro creato dalla sapienza dell’editore. Una sapienza che preveda un quid di novità opportunamente calato nel solco della storia delle forme, senza forzare i confini di un orizzonte d’attesa così radicato nell’immaginario collettivo del pubblico da sconsigliare vivamente atteggiamenti trasgressivi. Formato medio-piccolo, titolo breve e incisivo, quarta di copertina accattivante e allusiva, grafica di copertina curata fin nel minimo dettaglio. Antiporta contemporanea – come è stata talvolta definita – la qualità dell’immagine di copertina è conditio sine qua non perché il primo impatto, quello visivo, abbia esito favorevole. E di non secondaria importanza è il prezzo contenuto, se no il desiderio rischia di rimanere tale. Il libro è molte cose e – non ce lo dimentichiamo – fra le tante, è anche merce, legata come tale alle leggi del mercato. Ben conoscono questa specie di decalogo del paratesto i maggiori editori di romanzi (storici e non) che, sempre relativamente all’Italia, risultano essere tra i maggiori editori tout court, tutti, non a caso, con sede a Milano e dintorni: Mondadori in primo luogo, Feltrinelli, Bompiani, Rizzoli e Adelphi. Un posto di tutto rilievo nel settore spetta poi alla romana Newton Compton e alla torinese Einaudi; quantitativamente più ridotti, ma decisamente significativi contributi provengono poi dalla Sellerio di Palermo, da Piemme di Casale Monferrato, da ciesse di Padova, dalla Minerva di Bologna, da Polistampa di Firenze, da Rogiosi di Napoli, dalla Frassinelli pure di Milano. All’elenco va aggiunta l’editrice La Torre di Caserta che, nella collana Narrazioni, finora declinata al fantasy e alla fantascienza, ha appena incluso Neapolis di Maiorino.

     Ebbene, cominciamo a parlarne alla luce di quanto fin qui è stato sommariamente delineato, ripercorrendo le tappe del lettore o lettrice-tipo che, curiosando in libreria come spesso accade, si imbatta in una copia di Neapolis in bella mostra su un ripiano. Con ogni probabilità lo (o la) colpisce innanzitutto l’eleganza delle proporzioni e l’equilibrio cromatico dell’involucro: alternanza di ocra e arancio su fondo nero, e il particolare di un elmo oplita, il cui discreto chiaroscuro campeggia sul lato destro della copertina. Il titolo attrae, nonostante il latinismo iniziale. Dal retro, dopo la nota sul contenuto, opportunamente sintetica e allusiva, si apprende qualche dato biografico di Maiorino, non storico né filologo classico di professione, bensì astrofisico (come fisico è Fabio Giordano, l’autore della fortunata Solitudine dei numeri primi) che per lavoro ha molto viaggiato, per riscoprire a un certo punto la forza del legame con la sua terra d’origine. Bene, sembrerebbe che i parametri per accendere la scintilla siano tutti pienamente rispettati, compresa la congruità del prezzo. Dunque, si può procedere all’acquisto, uscire dalla libreria e portarsi a casa Neapolis.

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