04 luglio 2013


I segreti della Sirena

     La Storia del Libro e dell’Editoria è una disciplina che non si occupa di contenuti, se non in via secondaria, ma privilegia forme e cifre, anzi sulle cifre eminentemente si basa: una delle tante chiavi di lettura dei fenomeni storici che alle valutazioni qualitative antepone un metodo quantitativo che, prima di interpretare, è vincolato al calcolo di flussi, frequenze e percentuali. I dati che emergono, sempre provvisori, delineano un mosaico che non coincide, se non per brevi tratti, con la storia della cultura ufficiale, la cultura alta, quella, per intenderci, che viene raccontata nei manuali delle scuole medie e dei licei, nonché nei testi universitari. A prima vista può apparire strano – ma a ben riflettere non lo è affatto – che i libri più letti non siano quasi mai quelli che la critica successiva considera i ‘capolavori’, le pietre miliari sul piano letterario, filosofico, socio-politico, scientifico, ecc. Al contrario, molti dei titoli dei bestseller di antico regime, spesso autentici longseller, risultano completamente sconosciuti, ignorati e dimenticati al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori: Leggenda aurea, Imitatione di Christo, Arte di ben morire, Fiore di virtù, Amadigi di Gallia – e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo – non sono che alcuni dei volumetti più amati da generazioni e generazioni di lettori, non tanto e non solo dalle élite di intellettuali, che comunque non li disdegnavano, ma da uomini e donne di ogni età, ceto e condizione, in città e in campagna, di ogni angolo dell’Europa occidentale. Dove basiamo queste conclusioni, noi storici del libro? Su molteplici elementi che, ‘incrociati’ fra loro nella rispettiva oggettività, si rivelano straordinariamente eloquenti. Concretamente, di che si tratta? Allora, tanto per cominciare, si tratta del numero di edizioni che, dalla seconda in poi, segnalano inequivocabilmente un crescente gradimento di pubblico, meglio ancora se anche in traduzione in una o più lingue straniere; e poi, si tratta del censimento degli esemplari che ci sono pervenuti, del loro stato di conservazione, delle note di possesso che recano, delle annotazioni manoscritte, delle sottolineature e quant’altro è in grado di  riferirci dell’impatto, delle emozioni, degli stati d’animo suscitati. In linea di massima, semplificando e schematizzando all’estremo, la curva parte da una base di grossi tomi quasi sempre in latino, fermi alla prima edizione e pressoché intonsi, per culminare con volumetti in volgare ormai rarissimi, logori e consunti, densi di brevi glosse e di appunti pressoché in ogni pagina, vergati magari con grafie incerte ed esitanti, tipiche dei semillitterati. È la base o il vertice a condizionare nel profondo la storia delle idee? La risposta è molto semplice… e insieme molto problematica.

     Ebbene, la paziente ricerca diacronica di simili elementi, dal Seicento in poi, dimostra inequivocabilmente che nell’ambito del genere-romanzo si contano innumerevoli elementi di vertice, bestseller letti avidamente, riletti, prestati e tramandati, senza che le storie narrate, magari ripetitive, trite e scialbe per il gusto dei palati raffinati, perdessero fascino nei decenni. Dal Seicento in poi, perché è nel Seicento che si afferma questo nuovo modo di narrare, in prosa (e non in versi come per i poemi cavallereschi), rigorosamente in volgare come la novella, e come la novella basato su avventurose low story dagli esiti i più vari, ma più lungo e articolato e quindi dall’intreccio più fitto e sinuoso. Come le novelle spesso testi deboli, spesso pubblicate senza nome d’autore, realizzate dai tipografi in piccolo formato, senza particolare cura e con un corredo iconografico ridotto all’essenziale, e qualche volta pure riciclato! A parte qualche eccezione, successi senza gloria, almeno fino a metà Settecento, quando viene preso in considerazione, sia pure spesso in forma di comte philosophique, da alcuni dei principali esponenti del pensiero dei Lumi. Psicologico, esotico, picaresco, libertino, epistolare, gotico, il romanzo accoglie mode sempre nuove, senza rinnegare il suo codice genetico, e piace in tutti i modi. È in costante ascesa, viene stampato e diffuso a ritmi sempre più intensi, rivelandosi per gli editori sempre un buon affare. Agli albori dell’Ottocento, nel clima romantico, agli aggettivi elencati in precedenza se ne aggiunge un altro, storico, laddove la presa di distanza prospettica non è più di carattere geografico, ma a dominante cronologica. Un ibrido, se non addirittura un ossimoro, una sorta di contraddizione in termini che però riesce a coniugare felicemente fedele (più o meno) ricostruzione di fatti accaduti e fervore dell’invenzione. Gli scenari spaziano dal basso Medio Evo al Seicento, lasciando in ombra l’età classica che aveva dominato fino a quel momento, soprattutto in ambito teatrale. E a questo proposito, con un’associazione mentale che scatta immediata, balzano alla mente Manzoni, Hugo e Dumas padre, come è noto, valutati in maniera difforme dalla critica, ma dal punto di vista della storia dell’editoria e della lettura, autori di formidabili longseller a ugual titolo.

     Una formula fortunata che, però, nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima del secolo scorso sembra perdere terreno rispetto ad altri modelli narrativi, incentrati sulle urgenze del presente da un lato, sulla fenomenologia dell’ego – in tutte le sue pieghe, i suoi risvolti, i suoi deliri – dall’altro. È dal secondo dopoguerra in poi che torna a rivendicare il suo ruolo, e con ogni energia. E, puntualmente, torna a mietere grandi consensi di pubblico. Penso – ancora una volta solo per fare qualche esempio circoscritto a testi scritti o tradotti in italiano – al Medio Evo fantastico di Calvino, al Gattopardo, alle biografie del Rinascimento al femminile della Bellonci, all’Artemisia Gentileschi della Banti, a Il nome della rosa di Umberto Eco, alla Marianna Ucrìa di Dacia Maraini, agli scritti della Morante, di Malerba, di Striano,  a La Chimera di Vassalli, al Memoriale del convento del portoghese Saramago, a Q di Luyher Blissett, e – perché no? – anche al Codice da Vinci di Dan Brown, così spesso catturati dal cinema, che non si fa scappare l’occasione di divenirne cassa di risonanza. Inoltre, in quest’orbita gravita pressoché l’intera produzione di Marguerithe Yourcenar, Accademica di Francia che, come tanti altri, trae ispirazione dalle atmosfere torbide e fumose in cui si consumavano i destini di maghi e alchimisti, filosofi, eretici e stampatori, pervasi da profonde inquietudini, antiche e moderne insieme. Ma non solo. La Yourcenar ambienta anche un’opera – che per giunta da molti viene considerata il suo capolavoro – nella Roma antica, scavando nelle vicende e nell’anima di un grande imperatore del II secolo d. C. Dunque, ritorna l’antico non in teatro, ma sul teatro del libro, come dimostrano anche Cassandra e Medea di Christa Wolf. Personaggi realmente esistiti o figure del mito, si tratta comunque di profili celebri, reclutati dai fasti delle regge, dai vertici della società, dalle ‘stanze del potere’. Una scelta di segno diverso si coglie, invece, in non pochi (oltre il 20%) dei romanzi storici apparsi più di recente, prevalentemente nell’ultimo decennio – tra i quali quelli di Valerio Massimo Manfredi, di Guido Cervo, di Danila Camastri Montanari – che di greci, magnogreci, etruschi e romani raccontano vicende di gente comune, coinvolta (o travolta) dall’imperversare di assedi, battaglie, guerre civili e guerre di conquista, decisi in luoghi altri da quelli in cui svolgono le loro modeste e anonime esistenze. Dalla fine del mese scorso quest’ultimo sottogruppo si infoltisce con l’apparizione di Neapolis – Il richiamo della Sirena di Marino Maiorino, prodotto dall’editrice La Torre.

     Quanti, fra i più recenti di questi titoli, vinceranno la scommessa della lunga durata, è adesso prematuro ipotizzare. Indizio importante, in qualche misura ‘premonitore’ – tutt’altro che una diminutio, come sulle prime potrebbe sembrare, ma al contrario, autentica consacrazione  – va fin d’ora considerato l’ingresso del volume in edicola, dove il numero dei potenziali acquirenti è esponenzialmente maggiore rispetto a quello delle librerie. A questo fine, prima ancora che trama e stile, un ruolo fondamentale gioca la ‘confezione’, le soglie di cui parla Genette, l’insieme degli elementi paratestuali che trasformano il testo in libro. In quanto lettura di piacere – gratuita piuttosto che finalizzata, elettiva e non obbligata – il romanzo, che sia storico o non lo sia, deve attrarre il lettore, lo deve sedurre, lo deve intrigare. Dunque, deve far leva sulla percezione, sull’empatia, su una sorta di piccolo colpo di fulmine, che induca il desiderio di possedere l’oggetto. L’oggetto libro creato dalla sapienza dell’editore. Una sapienza che preveda un quid di novità opportunamente calato nel solco della storia delle forme, senza forzare i confini di un orizzonte d’attesa così radicato nell’immaginario collettivo del pubblico da sconsigliare vivamente atteggiamenti trasgressivi. Formato medio-piccolo, titolo breve e incisivo, quarta di copertina accattivante e allusiva, grafica di copertina curata fin nel minimo dettaglio. Antiporta contemporanea – come è stata talvolta definita – la qualità dell’immagine di copertina è conditio sine qua non perché il primo impatto, quello visivo, abbia esito favorevole. E di non secondaria importanza è il prezzo contenuto, se no il desiderio rischia di rimanere tale. Il libro è molte cose e – non ce lo dimentichiamo – fra le tante, è anche merce, legata come tale alle leggi del mercato. Ben conoscono questa specie di decalogo del paratesto i maggiori editori di romanzi (storici e non) che, sempre relativamente all’Italia, risultano essere tra i maggiori editori tout court, tutti, non a caso, con sede a Milano e dintorni: Mondadori in primo luogo, Feltrinelli, Bompiani, Rizzoli e Adelphi. Un posto di tutto rilievo nel settore spetta poi alla romana Newton Compton e alla torinese Einaudi; quantitativamente più ridotti, ma decisamente significativi contributi provengono poi dalla Sellerio di Palermo, da Piemme di Casale Monferrato, da ciesse di Padova, dalla Minerva di Bologna, da Polistampa di Firenze, da Rogiosi di Napoli, dalla Frassinelli pure di Milano. All’elenco va aggiunta l’editrice La Torre di Caserta che, nella collana Narrazioni, finora declinata al fantasy e alla fantascienza, ha appena incluso Neapolis di Maiorino.

     Ebbene, cominciamo a parlarne alla luce di quanto fin qui è stato sommariamente delineato, ripercorrendo le tappe del lettore o lettrice-tipo che, curiosando in libreria come spesso accade, si imbatta in una copia di Neapolis in bella mostra su un ripiano. Con ogni probabilità lo (o la) colpisce innanzitutto l’eleganza delle proporzioni e l’equilibrio cromatico dell’involucro: alternanza di ocra e arancio su fondo nero, e il particolare di un elmo oplita, il cui discreto chiaroscuro campeggia sul lato destro della copertina. Il titolo attrae, nonostante il latinismo iniziale. Dal retro, dopo la nota sul contenuto, opportunamente sintetica e allusiva, si apprende qualche dato biografico di Maiorino, non storico né filologo classico di professione, bensì astrofisico (come fisico è Fabio Giordano, l’autore della fortunata Solitudine dei numeri primi) che per lavoro ha molto viaggiato, per riscoprire a un certo punto la forza del legame con la sua terra d’origine. Bene, sembrerebbe che i parametri per accendere la scintilla siano tutti pienamente rispettati, compresa la congruità del prezzo. Dunque, si può procedere all’acquisto, uscire dalla libreria e portarsi a casa Neapolis.


     Per ciascuno di questi eventi-acquisto, Neapolis riedificherà se stessa, si moltiplicherà per ciascuna lettura di ciascuno dei suoi lettori. A ogni lettore lo stesso testo apparirà sia pur minimamente diverso, come per un effetto ottico legato alle leggi di rifrazione che per ogni specchio appena un po’ più concavo o più convesso, perfettamente nitido o leggermente appannato, rimanda un’immagine differente, sia pure in maniera quasi impercettibile. Non mi riferisco certo alle interpretazioni dei critici, ai giudizi ufficiali, alle recensioni e quant’altro, ma all’impatto della storia, di questa storia, sull’immaginazione individuale, sulle aspettative, sul clima interiore. Impatto che non è dato conoscere finché non sarà compiuto l’intero ciclo della vita del libro, meno lungo che in antico regime, ma comunque di certo non misurabile né in giorni né in settimane né in mesi. Finché, cioè, non saranno gli esemplari di Neapolis a parlarcene, con il loro logorìo, le loro pagine con le orecchie, le loro postille, o almeno finché alla La Torre le librerie non segnaleranno il tutto esaurito e l’esigenza di una nuova edizione.

     Quanto a tutto questo, per il momento non possiamo che limitarci ad avanzare qualche congettura. Non saranno in pochi, verosimilmente a identificarsi col protagonista del racconto, un uomo oscuro, cultore della filosofia e delle scienze naturali, un miles che non è un professionista delle armi se non in circostanze particolari, e che dunque nessuno storiografo né commediografo consacra come gloriosus. Uno dei tanti attori-testimoni che agiscono su uno scenario plurilinguistico e pluriculturale, ben presto teatro di guerra e di conquista, conteso fra due popoli fieramente antagonisti, i romani e i sanniti – quale era la Napoli del IV secolo a.C. Divisa al suo interno, oppone un debole tentativo di neutralità che verrà presto brutalmente violato. Rendendosi pedina di un terribile gioco al massacro, finito, in realtà, meno tragicamente di quanto si potesse temere.

     Proprio alla vigilia di questi avvenimenti, dopo un lungo viaggio per mare, che si colloca nel pieno di una interminabile Bildungsreise, costui, Pelagíos, giovane tebano, tocca il porto partenopeo. È destinato a ripartire, per poi riprogettare il nostos, il ritorno, inquieto e ansioso di sapere, come Ulisse l’itacense, e forse ancora più sensibile di lui alla voce delle sirene. O meglio, nel suo caso, a quella della sirena, la sirena Parthenope, nobile, tenace, ribelle e rabbiosa depositaria di un’anima greca, abitatrice delle tenebre e del profondo, con qualche affinità con la fenice che sempre muore e sempre rinasce dalle sue ceneri, quasi suo malgrado, come la città di cui è nume tutelare. Una natura divina, preveggente e onnisciente, convive in lei con una psiche di donna, sensibile, fragile, generosa, irascibile e vendicativa, a tratti dolcissima, cui un destino avaro – congiura di dèi e di uomini – ha di fatto negato la maternità e l’amore corrisposto, e anche altari e patria. Ultima in ordine di tempo, nella sua storia meta temporale, la passione, ricambiata e insieme negata, per l’anziano e saggio Nymphios, gravato in tarda età da responsabilità schiaccianti, da sensi di colpa mai sopiti, e peggio ancora, da un legame eccessivamente impegnativo per un comune mortale. Una creatura notturna, che convive col peso di troppi abbandoni e reca i segni di troppe ferite, cicatrizzate eppure talvolta ancora sanguinanti; troppo lucida, troppo perspicace, troppo avveduta, per aspirare alla pace interiore. Davvero difficile non appassionarsi a lei, non farsi coinvolgere dal suo orgoglio e dal suo dolore, soprattutto per il pubblico femminile.

     E poi, come ultimo azzardo, perché magari La Torre possa portarsi avanti col lavoro in previsione di una seconda edizione, si potrebbero fornire alcuni utili suggerimenti per un eventuale corredo iconografico, sobrio ed essenziale, per carità, nel segno di un’oculata parsimonia, come si addice alla tradizione di un filone editoriale destinato al grande consumo, ma soprattutto pregnante e, almeno apparentemente, nel segno della più assoluta discrezione, tale da blandire il lettore-spettatore e stupirlo al tempo stesso. Poche immagini che sappiano cogliere i punti nevralgici, creare l’armonia cartacea fra volti, stati d’animo, atteggiamenti e sfondi, questi ultimi di estremo rilievo nel contesto di un romanzo storico.

     Che ne direste, dopo quel solo elmo in penombra appena esibito dalla copertina, di un primo piano sulla nave che approda sotto i riflettori di un luminoso tramonto? E del banchetto in casa del romano Mario Porfirio, con gli invitati sdraiati su comodi triclini, che mangiano, bevono vino e discutono al suono del flauto? E del primo incontro di Pelagíos con la giovane e affascinante Selene, che diverrà presto sua moglie e la madre dei suoi due figli? E del drammatico dialogo di Gavio e Parthenope nella grotta delle latomie, all’insegna, e con i colori dell’incubo? E ancora, proporrei il momento solenne della formale dichiarazione di guerra da parte dei romani, nel sacro nome di Iuppiter; l’assalto alle torri; la lotta nell’arena; la morte di Nymphios, il primo neapolitanus, fra le braccia di Parthenope … Non proprio uno per capitolo, come vorrebbe una consolidata tradizione derivata dal poema epico cinquecentesco che contemplava un’illustrazione all’inizio di ogni libro, perché sarebbero troppe, ma circa una decina in tutto, a sottolineare l’enfasi dei momenti più salienti, a commentarli, a interpretarne le emozioni.

     Con o senza illustrazioni, Neapolis è comunque l’ennesima significativa testimonianza della estrema vitalità di un genere, che da almeno quattro secoli visita e rivisita vecchi e nuovi scenari, senza mai rinunciare alla scoperta-riscoperta di un episodio inedito da cui trarre spunto, e senza mai seriamente calare nell’interesse e nel gradimento del pubblico. Ed è un genere destinato, a mio avviso, a conservare lo smalto dell’ever green ancora a lungo in futuro. Sarà tra gli ultimi – io credo – ad abbandonare, se mai dovrà accadere, il legame col supporto cartaceo per votarsi unicamente al virtuale, in forza dello spirito di appropriazione, dell’esigenza di contatto fisico, della complicità del tatto – e secondo alcuni anche dell’odorato – che puntualmente induce.

     Mi astengo dall’aggiungere altro per non interferire in maniera troppo indiscreta nel vostro rapporto con Pelagíos, Parthenope, Nymphios e gli altri. Un rapporto che – vi assicuro - si rivelerà intimo e stimolante.

            

Paola Zito
Docente di Storia del Libro e dell’Editoria
Seconda Università di Napoli

 

 07 ottobre 2013

Il richiamo della Sirena

 

Premessa

     Mi hanno chiesto di presentare il libro Neapolis – Il richiamo della Sirena di Marino Maiorino. Mi hanno spiegato che l’autore è un astrofisico, impegnato ormai da tempo all’estero, dopo aver trascorso gli anni della sua formazione scientifica a Napoli.

     La curiosità è stata subito grande.

     La curiosità per il libro, nato dall’amore per una città speciale e contesto di un intreccio originale di storia e mito, di “vero e verosimile”, per dirla alla Manzoni.

     La curiosità per il suo autore, questo “misterioso” astrofisico che cerca nell’infinito il segreto della vita del cosmo, ma che poi si fonde e si confonde con una città del tutto particolare che di scientifico e di razionale non ha molto. Che cerca di spiegare il Kosmos, ma rimane affascinato dal regno del Kaos.

     E quindi l’ho letto. L’ho letto prima con interesse, ma quasi per “dovere”, poi sempre con maggior coinvolgimento, perché l’autore riesce, partendo da un momento particolare della storia di Neapolis, a dare pathos e anima ai contenuti.

     È un libro insieme storico, archeologico, culturale, sociale, ma anche umano e fantastico.

 

La natura del libro

     Ecco, vedete, bisogna ammettere che davvero abili sono gli autori che riescono a fare degli eventi storici la trama di romanzi coinvolgenti, interpretando momenti, vicende, fenomeni  e personaggi, e dando loro quel sacro fuoco della vita vissuta: allontanare gli eventi storici da biblioteche polverose e da cronache asettiche serve a consegnarli alla storia vera dell’umanità.

     Come premessa generale, c’è da dire che ci sono storie «che nascono per caso e si scrivono d’impeto, perché il destino ci fa inciampare in una curiosità su cui indagare o in un’emozione da approfondire. Altre che si compongono man mano, progressivamente,  frutto di studi sedimentati, di interessi, di passioni, di trame diverse, ordite poi dalla volontà di dar loro la forma in un unico intreccio, che sia insieme chiarezza sulle vicende ed estrinsecazione delle simpatie che ci accompagnano nelle fasi del percorso della vita».

     Neapolis – Il richiamo della Sirena di Maiorino appartiene a questo secondo tipo di storie, quelle appunto che l’Autore coltiva, coccola, rifinisce. E poi tesse con un linguaggio calibrato, elaborato, curato parola per parola.

 

I personaggi

     Il fil rouge è prima per la città di Napoli, poi in alcuni eventi storici, in genere non molto conosciuti se non ai tecnici, che si verificarono dal 328 al 326 a.C. proprio a Neapolis, la città greca che in quel periodo ospitava un’enclave sannita e che si trovò coinvolta in un gioco diplomatico più grande di lei: per questo dovette subire anche l’assedio da parte dei romani.

     A dirla così, il romanzo avrebbe una univoca interpretazione, soprattutto di natura storico/critica filologica. E invece no.

     Perché è anche una storia di vita vissuta.

     Perché tanti sono i personaggi, portatori di valori, sentimenti e passioni che si insinuano tra le righe e permeano la sostanza degli eventi storici.

     Mi piace analizzarne qualcuno.

     Comincio da Nymphios, dalla saggezza equilibrata ma non scevra da scelte ardite: colpiscono la sua amarezza nel constatare la realtà della politica e l’ansia che nasce in lui dalla consapevolezza che la situazione della città è precaria, compressa come essa è nelle mire di popoli diversi, alcuni dei quali particolarmente ambiziosi. Nella sua vita ha goduto del grosso privilegio di essere amato dalla sirena Parthenope, che non l’ha mai più dimenticato e nelle cui braccia lui desidera morire.

     Continuo con Gavio, un uomo genuino, dalla “mente indagatrice e pragmatica” che tanto desidera conquistare la confidenza e la stima di suo padre adottivo, quel Nymphios che gli ha consentito di lasciare Capua per seguire studi più raffinati a Neapolis e che poi, per la sua maturazione umana, gli ha consigliato la discesa nel misterioso buio delle latomie, quasi prova del fuoco da superare per conquistare la verità e la saggezza: scendere nelle tenebre per risalirne arricchito, dagli Inferi ad astra.

     Colpisce la nobile personalità del tebano Pelagìos che, sbarcato a Neapolis per amicizia, viene immesso in una realtà sociale, politica e umana diversa da quella che viveva in Grecia. Ma non per questo si dispiace, anzi in questa realtà incontra l’amore che, improvviso, lo coinvolge. Molto profonda e sofferta in lui la rievocazione della battaglia di Cherònea rivissuta grazie alla serietà della memoria nobilitata dalla iatreia del dolore: egli ricorda nel suo amaro discorso all’ecclesia, che tanto ci riporta alla stolida arroganza di politici di ogni tempo, la follia dell’orgoglio del generale ateniese Stratocles, l’amarezza della sconfitta, l’estrema, strenua, ma inutile riscossa del generale tebano Theagenes che sacrifica la vita eroicamente cantando ancora gli ordini ai suoi soldati. Questa rievocazione di Pelagìos si conclude con un moto di pietà e commozione per la morte del padre e con l’orrendo ricordo di disarmonia quasi onomatopeica della carneficina finale. È una descrizione bellissima questa che mi ha fatto tornare alla mente la sconfitta di Maratona nei famosi versi de I Sepolcri di Foscolo: «e all’orror dei notturni / silenzi si spandea lungo nei campi / di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti, / scalpitanti sugli elmi ai moribondi, / e pianto, ed inni, e delle Parche il pianto».

     E il femminile? Poteva forse mancare il quid di fascino e mistero che la donna comunica?

     Di certo no.

     Ecco quindi Asterope, la giovane amica di Gavio, dal temperamento discreto e dalla notevole determinazione, cui piace discutere con l’amico soprattutto del firmamento: lo fa con lucidità e curiosità insaziabile, e il nostro Autore conosce bene questa sete di conoscenza che spinge a sondare l’insondabile, perché evidentemente l’ha vissuta sulla sua pelle.

     C’è poi Selene, la cui descrizione è precisa, sia nel fisico che nel morale: occhi verdi e profondi, vitali e brillanti, capelli neri corvini riccioluti, o liberamente e selvaggiamente sciolti, o in parte legati disordinatamente, con riccioli cascanti, bocca morbida e desiderabile: sembra di vederla questa creatura bella e altera, nelle sue forme perfette avvolte dalla tunica fluttuante, quasi una divinità, una gorgone capace di pietrificare al solo sguardo. Come meravigliarsi se il nostro Pelagìos ne diventa subito schiavo, pietrificato come Perseo? E poi la voce: non so se per voi è così, ma per me la voce è un catalizzatore d’attenzione e di sensazioni unico: la voce di Selene è “calda e avvolgente come le onde del mare”, ma con una nota metallica, vibrante, segno appunto della sua forte personalità. «Io sono una donna libera!», dirà da subito all’uomo che ama, perché la libertà è per lei conditio sine qua non, per la relazione con il suo uomo. Ammiro molto questo personaggio, che riesce a conservare nel fascino tutto femminile il tratto sannitico della sua gente nell’orgoglio e nella fierezza, nella semplicità e nell’immediatezza del dire e del pensare, senza inutili sovrastrutture.

     Ma a mio avviso la creatura femminile che in assoluto rappresenta l’eterno femminino che la leggenda tramanda, fatto di fascino e mistero, di attrazione e repulsione, di vita e di morte, di bellezza e di mostruosità è Parthenope, monstrum gigantesco, dalle ali coperte di piume candide come la neve, dal corpo di civetta e dal torace di fanciulla con pelle nivea, seno verginale, occhi enormi nel viso senza età. E anche qui la voce, una voce alta e saggia insieme. Mi sono immedesimata in questa scena dell’incontro nelle latomie, così ben tratteggiata, e devo riconoscere la genialità dell’idea dell’Autore. Ex abrupto, nel buio assoluto delle latomie, alla sola luce della fievole torcia, l’autore introduce questa voce femminile da una altezza indefinita, da una profondità segreta e remota. Scena eccellente, degna di un grande regista cinematografico.

     Quello che colpisce in Parthenope è la femminilità all’ennesima potenza: solo una femmina, anzi una femmina mediterranea può sacrificare tutto per amore. «Da lei avrei potuto solo ricevere, mai dare», dice di lei Nymphios, l’uomo che ha osato amare una divinità. Il loro amore è stato distruttivo, ma ancora, alla fine del tempo di Nymphios, sarà la salvezza di Neapolis. Il genius loci che vive nel ventre della terra può ancora essere l’unica possibilità di scampo.


Neapolis

     Dire che Parthenope è metafora di Neapolis è scontato, ma non per questo riduttivo.

     Napoli, città di odi e di amori, di storia e leggenda, di sacrificio e leggerezza, di Oriente e di Occidente, di sacro e profano.

     Ebbene questa misteriosa creatura dal ventre di civetta e dal piumaggio bianco e delicato, ma dalla voce forte e metallica, che sa amare senza dimenticare, ma sa anche infuriarsi nell’abbandono, risponde all’immagine di una città la cui essenza rimane intatta nei secoli e nelle vicende che la coinvolgono.

     La Napoli di oggi è l’emblema del caos e dell’accoglienza, della leggerezza e della serietà, del fanatismo e dell’eroismo. Come la Neapolis di Nymphios. Unica ed irripetibile.

     Vorrei ancora dire tanto altro su questo testo che, vi assicuro, merita.

     Vorrei parlare della cultura di Marino, della sua documentazione e della sua cultura formatasi su autori classici come Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco ecc.

     Vorrei parlarvi delle riflessioni interessanti che egli fa sulla condizione delle donne nel tempo, le donne sannite, quelle greche, quelle romane.

     Dei tanti squarci luminosi e attraenti sulle bellezze naturali della città.

     Del suo linguaggio, esperto e variegato, che facendo uso di un ampio registro lessicale, si adegua e si adatta alle varie circostanze e ai personaggi.

     Ma il discorso diventerebbe troppo lungo. Mentre è preferibile lasciare a voi lettori il fascino della scoperta.

     Voglio invece concludere con colei che a mio avviso è l’anima del testo, la musa ispiratrice e la compagna fidata che nell’ombra ha tessuto la sua tela per Marino. Alludo a Susi, la moglie dell’autore, la “tessitrice”, come viene da lui definita, che ha saputo infondergli la serenità giusta per dedicarsi a una tale opera massiccia e la collaborazione attenta per affrontarla. Susi è Parthenope, con il suo fascino e la sua dedizione, il sacrificio e l’abnegazione. Ma Susi è anche Asterope, innamorata e curiosa del cosmo, ed è anche Selene, una donna libera che conserva i tratti dell’orgoglio e della fierezza femminili nella semplicità e nell’immediatezza del fare e del dire.

 

Conclusioni

     Scrive Roberto Saviano: «A me non interessa affatto far evader il lettore. Mi interessa invece invaderlo». E Il richiamo della Sirena ha funzionato, perché mi ha invaso.

 
Angela Procaccini
Poetessa
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