Per ciascuno di questi eventi-acquisto, Neapolis riedificherà se stessa, si moltiplicherà per ciascuna lettura di ciascuno dei suoi lettori. A ogni lettore lo stesso testo apparirà sia pur minimamente diverso, come per un effetto ottico legato alle leggi di rifrazione che per ogni specchio appena un po’ più concavo o più convesso, perfettamente nitido o leggermente appannato, rimanda un’immagine differente, sia pure in maniera quasi impercettibile. Non mi riferisco certo alle interpretazioni dei critici, ai giudizi ufficiali, alle recensioni e quant’altro, ma all’impatto della storia, di questa storia, sull’immaginazione individuale, sulle aspettative, sul clima interiore. Impatto che non è dato conoscere finché non sarà compiuto l’intero ciclo della vita del libro, meno lungo che in antico regime, ma comunque di certo non misurabile né in giorni né in settimane né in mesi. Finché, cioè, non saranno gli esemplari di Neapolis a parlarcene, con il loro logorìo, le loro pagine con le orecchie, le loro postille, o almeno finché alla La Torre le librerie non segnaleranno il tutto esaurito e l’esigenza di una nuova edizione.

     Quanto a tutto questo, per il momento non possiamo che limitarci ad avanzare qualche congettura. Non saranno in pochi, verosimilmente a identificarsi col protagonista del racconto, un uomo oscuro, cultore della filosofia e delle scienze naturali, un miles che non è un professionista delle armi se non in circostanze particolari, e che dunque nessuno storiografo né commediografo consacra come gloriosus. Uno dei tanti attori-testimoni che agiscono su uno scenario plurilinguistico e pluriculturale, ben presto teatro di guerra e di conquista, conteso fra due popoli fieramente antagonisti, i romani e i sanniti – quale era la Napoli del IV secolo a.C. Divisa al suo interno, oppone un debole tentativo di neutralità che verrà presto brutalmente violato. Rendendosi pedina di un terribile gioco al massacro, finito, in realtà, meno tragicamente di quanto si potesse temere.

     Proprio alla vigilia di questi avvenimenti, dopo un lungo viaggio per mare, che si colloca nel pieno di una interminabile Bildungsreise, costui, Pelagíos, giovane tebano, tocca il porto partenopeo. È destinato a ripartire, per poi riprogettare il nostos, il ritorno, inquieto e ansioso di sapere, come Ulisse l’itacense, e forse ancora più sensibile di lui alla voce delle sirene. O meglio, nel suo caso, a quella della sirena, la sirena Parthenope, nobile, tenace, ribelle e rabbiosa depositaria di un’anima greca, abitatrice delle tenebre e del profondo, con qualche affinità con la fenice che sempre muore e sempre rinasce dalle sue ceneri, quasi suo malgrado, come la città di cui è nume tutelare. Una natura divina, preveggente e onnisciente, convive in lei con una psiche di donna, sensibile, fragile, generosa, irascibile e vendicativa, a tratti dolcissima, cui un destino avaro – congiura di dèi e di uomini – ha di fatto negato la maternità e l’amore corrisposto, e anche altari e patria. Ultima in ordine di tempo, nella sua storia meta temporale, la passione, ricambiata e insieme negata, per l’anziano e saggio Nymphios, gravato in tarda età da responsabilità schiaccianti, da sensi di colpa mai sopiti, e peggio ancora, da un legame eccessivamente impegnativo per un comune mortale. Una creatura notturna, che convive col peso di troppi abbandoni e reca i segni di troppe ferite, cicatrizzate eppure talvolta ancora sanguinanti; troppo lucida, troppo perspicace, troppo avveduta, per aspirare alla pace interiore. Davvero difficile non appassionarsi a lei, non farsi coinvolgere dal suo orgoglio e dal suo dolore, soprattutto per il pubblico femminile.

     E poi, come ultimo azzardo, perché magari La Torre possa portarsi avanti col lavoro in previsione di una seconda edizione, si potrebbero fornire alcuni utili suggerimenti per un eventuale corredo iconografico, sobrio ed essenziale, per carità, nel segno di un’oculata parsimonia, come si addice alla tradizione di un filone editoriale destinato al grande consumo, ma soprattutto pregnante e, almeno apparentemente, nel segno della più assoluta discrezione, tale da blandire il lettore-spettatore e stupirlo al tempo stesso. Poche immagini che sappiano cogliere i punti nevralgici, creare l’armonia cartacea fra volti, stati d’animo, atteggiamenti e sfondi, questi ultimi di estremo rilievo nel contesto di un romanzo storico.

     Che ne direste, dopo quel solo elmo in penombra appena esibito dalla copertina, di un primo piano sulla nave che approda sotto i riflettori di un luminoso tramonto? E del banchetto in casa del romano Mario Porfirio, con gli invitati sdraiati su comodi triclini, che mangiano, bevono vino e discutono al suono del flauto? E del primo incontro di Pelagíos con la giovane e affascinante Selene, che diverrà presto sua moglie e la madre dei suoi due figli? E del drammatico dialogo di Gavio e Parthenope nella grotta delle latomie, all’insegna, e con i colori dell’incubo? E ancora, proporrei il momento solenne della formale dichiarazione di guerra da parte dei romani, nel sacro nome di Iuppiter; l’assalto alle torri; la lotta nell’arena; la morte di Nymphios, il primo neapolitanus, fra le braccia di Parthenope … Non proprio uno per capitolo, come vorrebbe una consolidata tradizione derivata dal poema epico cinquecentesco che contemplava un’illustrazione all’inizio di ogni libro, perché sarebbero troppe, ma circa una decina in tutto, a sottolineare l’enfasi dei momenti più salienti, a commentarli, a interpretarne le emozioni.

     Con o senza illustrazioni, Neapolis è comunque l’ennesima significativa testimonianza della estrema vitalità di un genere, che da almeno quattro secoli visita e rivisita vecchi e nuovi scenari, senza mai rinunciare alla scoperta-riscoperta di un episodio inedito da cui trarre spunto, e senza mai seriamente calare nell’interesse e nel gradimento del pubblico. Ed è un genere destinato, a mio avviso, a conservare lo smalto dell’ever green ancora a lungo in futuro. Sarà tra gli ultimi – io credo – ad abbandonare, se mai dovrà accadere, il legame col supporto cartaceo per votarsi unicamente al virtuale, in forza dello spirito di appropriazione, dell’esigenza di contatto fisico, della complicità del tatto – e secondo alcuni anche dell’odorato – che puntualmente induce.

     Mi astengo dall’aggiungere altro per non interferire in maniera troppo indiscreta nel vostro rapporto con Pelagíos, Parthenope, Nymphios e gli altri. Un rapporto che – vi assicuro - si rivelerà intimo e stimolante.

            

Paola Zito
Docente di Storia del Libro e dell’Editoria
Seconda Università di Napoli

 

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