07 ottobre 2013

Il richiamo della Sirena

 

Premessa

     Mi hanno chiesto di presentare il libro Neapolis – Il richiamo della Sirena di Marino Maiorino. Mi hanno spiegato che l’autore è un astrofisico, impegnato ormai da tempo all’estero, dopo aver trascorso gli anni della sua formazione scientifica a Napoli.

     La curiosità è stata subito grande.

     La curiosità per il libro, nato dall’amore per una città speciale e contesto di un intreccio originale di storia e mito, di “vero e verosimile”, per dirla alla Manzoni.

     La curiosità per il suo autore, questo “misterioso” astrofisico che cerca nell’infinito il segreto della vita del cosmo, ma che poi si fonde e si confonde con una città del tutto particolare che di scientifico e di razionale non ha molto. Che cerca di spiegare il Kosmos, ma rimane affascinato dal regno del Kaos.

     E quindi l’ho letto. L’ho letto prima con interesse, ma quasi per “dovere”, poi sempre con maggior coinvolgimento, perché l’autore riesce, partendo da un momento particolare della storia di Neapolis, a dare pathos e anima ai contenuti.

     È un libro insieme storico, archeologico, culturale, sociale, ma anche umano e fantastico.

 

La natura del libro

     Ecco, vedete, bisogna ammettere che davvero abili sono gli autori che riescono a fare degli eventi storici la trama di romanzi coinvolgenti, interpretando momenti, vicende, fenomeni  e personaggi, e dando loro quel sacro fuoco della vita vissuta: allontanare gli eventi storici da biblioteche polverose e da cronache asettiche serve a consegnarli alla storia vera dell’umanità.

     Come premessa generale, c’è da dire che ci sono storie «che nascono per caso e si scrivono d’impeto, perché il destino ci fa inciampare in una curiosità su cui indagare o in un’emozione da approfondire. Altre che si compongono man mano, progressivamente,  frutto di studi sedimentati, di interessi, di passioni, di trame diverse, ordite poi dalla volontà di dar loro la forma in un unico intreccio, che sia insieme chiarezza sulle vicende ed estrinsecazione delle simpatie che ci accompagnano nelle fasi del percorso della vita».

     Neapolis – Il richiamo della Sirena di Maiorino appartiene a questo secondo tipo di storie, quelle appunto che l’Autore coltiva, coccola, rifinisce. E poi tesse con un linguaggio calibrato, elaborato, curato parola per parola.

 

I personaggi

     Il fil rouge è prima per la città di Napoli, poi in alcuni eventi storici, in genere non molto conosciuti se non ai tecnici, che si verificarono dal 328 al 326 a.C. proprio a Neapolis, la città greca che in quel periodo ospitava un’enclave sannita e che si trovò coinvolta in un gioco diplomatico più grande di lei: per questo dovette subire anche l’assedio da parte dei romani.

     A dirla così, il romanzo avrebbe una univoca interpretazione, soprattutto di natura storico/critica filologica. E invece no.

     Perché è anche una storia di vita vissuta.

     Perché tanti sono i personaggi, portatori di valori, sentimenti e passioni che si insinuano tra le righe e permeano la sostanza degli eventi storici.

     Mi piace analizzarne qualcuno.

     Comincio da Nymphios, dalla saggezza equilibrata ma non scevra da scelte ardite: colpiscono la sua amarezza nel constatare la realtà della politica e l’ansia che nasce in lui dalla consapevolezza che la situazione della città è precaria, compressa come essa è nelle mire di popoli diversi, alcuni dei quali particolarmente ambiziosi. Nella sua vita ha goduto del grosso privilegio di essere amato dalla sirena Parthenope, che non l’ha mai più dimenticato e nelle cui braccia lui desidera morire.

     Continuo con Gavio, un uomo genuino, dalla “mente indagatrice e pragmatica” che tanto desidera conquistare la confidenza e la stima di suo padre adottivo, quel Nymphios che gli ha consentito di lasciare Capua per seguire studi più raffinati a Neapolis e che poi, per la sua maturazione umana, gli ha consigliato la discesa nel misterioso buio delle latomie, quasi prova del fuoco da superare per conquistare la verità e la saggezza: scendere nelle tenebre per risalirne arricchito, dagli Inferi ad astra.

     Colpisce la nobile personalità del tebano Pelagìos che, sbarcato a Neapolis per amicizia, viene immesso in una realtà sociale, politica e umana diversa da quella che viveva in Grecia. Ma non per questo si dispiace, anzi in questa realtà incontra l’amore che, improvviso, lo coinvolge. Molto profonda e sofferta in lui la rievocazione della battaglia di Cherònea rivissuta grazie alla serietà della memoria nobilitata dalla iatreia del dolore: egli ricorda nel suo amaro discorso all’ecclesia, che tanto ci riporta alla stolida arroganza di politici di ogni tempo, la follia dell’orgoglio del generale ateniese Stratocles, l’amarezza della sconfitta, l’estrema, strenua, ma inutile riscossa del generale tebano Theagenes che sacrifica la vita eroicamente cantando ancora gli ordini ai suoi soldati. Questa rievocazione di Pelagìos si conclude con un moto di pietà e commozione per la morte del padre e con l’orrendo ricordo di disarmonia quasi onomatopeica della carneficina finale. È una descrizione bellissima questa che mi ha fatto tornare alla mente la sconfitta di Maratona nei famosi versi de I Sepolcri di Foscolo: «e all’orror dei notturni / silenzi si spandea lungo nei campi / di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti, / scalpitanti sugli elmi ai moribondi, / e pianto, ed inni, e delle Parche il pianto».

     E il femminile? Poteva forse mancare il quid di fascino e mistero che la donna comunica?

     Di certo no.

     Ecco quindi Asterope, la giovane amica di Gavio, dal temperamento discreto e dalla notevole determinazione, cui piace discutere con l’amico soprattutto del firmamento: lo fa con lucidità e curiosità insaziabile, e il nostro Autore conosce bene questa sete di conoscenza che spinge a sondare l’insondabile, perché evidentemente l’ha vissuta sulla sua pelle.

     C’è poi Selene, la cui descrizione è precisa, sia nel fisico che nel morale: occhi verdi e profondi, vitali e brillanti, capelli neri corvini riccioluti, o liberamente e selvaggiamente sciolti, o in parte legati disordinatamente, con riccioli cascanti, bocca morbida e desiderabile: sembra di vederla questa creatura bella e altera, nelle sue forme perfette avvolte dalla tunica fluttuante, quasi una divinità, una gorgone capace di pietrificare al solo sguardo. Come meravigliarsi se il nostro Pelagìos ne diventa subito schiavo, pietrificato come Perseo? E poi la voce: non so se per voi è così, ma per me la voce è un catalizzatore d’attenzione e di sensazioni unico: la voce di Selene è “calda e avvolgente come le onde del mare”, ma con una nota metallica, vibrante, segno appunto della sua forte personalità. «Io sono una donna libera!», dirà da subito all’uomo che ama, perché la libertà è per lei conditio sine qua non, per la relazione con il suo uomo. Ammiro molto questo personaggio, che riesce a conservare nel fascino tutto femminile il tratto sannitico della sua gente nell’orgoglio e nella fierezza, nella semplicità e nell’immediatezza del dire e del pensare, senza inutili sovrastrutture.

     Ma a mio avviso la creatura femminile che in assoluto rappresenta l’eterno femminino che la leggenda tramanda, fatto di fascino e mistero, di attrazione e repulsione, di vita e di morte, di bellezza e di mostruosità è Parthenope, monstrum gigantesco, dalle ali coperte di piume candide come la neve, dal corpo di civetta e dal torace di fanciulla con pelle nivea, seno verginale, occhi enormi nel viso senza età. E anche qui la voce, una voce alta e saggia insieme. Mi sono immedesimata in questa scena dell’incontro nelle latomie, così ben tratteggiata, e devo riconoscere la genialità dell’idea dell’Autore. Ex abrupto, nel buio assoluto delle latomie, alla sola luce della fievole torcia, l’autore introduce questa voce femminile da una altezza indefinita, da una profondità segreta e remota. Scena eccellente, degna di un grande regista cinematografico.

     Quello che colpisce in Parthenope è la femminilità all’ennesima potenza: solo una femmina, anzi una femmina mediterranea può sacrificare tutto per amore. «Da lei avrei potuto solo ricevere, mai dare», dice di lei Nymphios, l’uomo che ha osato amare una divinità. Il loro amore è stato distruttivo, ma ancora, alla fine del tempo di Nymphios, sarà la salvezza di Neapolis. Il genius loci che vive nel ventre della terra può ancora essere l’unica possibilità di scampo.


Neapolis

     Dire che Parthenope è metafora di Neapolis è scontato, ma non per questo riduttivo.

     Napoli, città di odi e di amori, di storia e leggenda, di sacrificio e leggerezza, di Oriente e di Occidente, di sacro e profano.

     Ebbene questa misteriosa creatura dal ventre di civetta e dal piumaggio bianco e delicato, ma dalla voce forte e metallica, che sa amare senza dimenticare, ma sa anche infuriarsi nell’abbandono, risponde all’immagine di una città la cui essenza rimane intatta nei secoli e nelle vicende che la coinvolgono.

     La Napoli di oggi è l’emblema del caos e dell’accoglienza, della leggerezza e della serietà, del fanatismo e dell’eroismo. Come la Neapolis di Nymphios. Unica ed irripetibile.

     Vorrei ancora dire tanto altro su questo testo che, vi assicuro, merita.

     Vorrei parlare della cultura di Marino, della sua documentazione e della sua cultura formatasi su autori classici come Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco ecc.

     Vorrei parlarvi delle riflessioni interessanti che egli fa sulla condizione delle donne nel tempo, le donne sannite, quelle greche, quelle romane.

     Dei tanti squarci luminosi e attraenti sulle bellezze naturali della città.

     Del suo linguaggio, esperto e variegato, che facendo uso di un ampio registro lessicale, si adegua e si adatta alle varie circostanze e ai personaggi.

     Ma il discorso diventerebbe troppo lungo. Mentre è preferibile lasciare a voi lettori il fascino della scoperta.

     Voglio invece concludere con colei che a mio avviso è l’anima del testo, la musa ispiratrice e la compagna fidata che nell’ombra ha tessuto la sua tela per Marino. Alludo a Susi, la moglie dell’autore, la “tessitrice”, come viene da lui definita, che ha saputo infondergli la serenità giusta per dedicarsi a una tale opera massiccia e la collaborazione attenta per affrontarla. Susi è Parthenope, con il suo fascino e la sua dedizione, il sacrificio e l’abnegazione. Ma Susi è anche Asterope, innamorata e curiosa del cosmo, ed è anche Selene, una donna libera che conserva i tratti dell’orgoglio e della fierezza femminili nella semplicità e nell’immediatezza del fare e del dire.

 

Conclusioni

     Scrive Roberto Saviano: «A me non interessa affatto far evader il lettore. Mi interessa invece invaderlo». E Il richiamo della Sirena ha funzionato, perché mi ha invaso.

 
Angela Procaccini
Poetessa
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