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18 febbraio 2010
Da Astroboy alla scuola ortodossa I cliché sopra elencati trovano asilo in quelle serie che sempre Di Fratta ha inserito nel filone della scuola ortodossa. Per comprenderne meglio alcuni aspetti si parta da anime precedenti la sua “fondazione”, innanzitutto con il primo in assoluto prodotto in Giappone: Astroboy (Tetsuwan Atom, 1963). Il protagonista è un piccolo robot che non ha bisogno di alcun pilota, dal momento che il suo creatore, il dottor Tenma, lo ha dotato di coscienza e sentimenti umani modellandolo sulle spoglie mortali del defunto figlioletto Tobio. La presenza di un soffio vitale all’interno di una macchina ci aiuta a capire molto della filosofia nipponica: accusati spesso dagli occidentali di voler costruire un impero tecnologico che riduca il mondo ad una disumana dimensione meccanica, i giapponesi hanno da sempre cullato il sogno opposto, ossia quello di infondere lo spirito anche nella materia. La religione principale dell’arcipelago, lo shintoismo, attribuisce infatti un quid di divinità (kami) non solo agli esseri viventi ma anche a quelli inanimati, pure se artificiali come i robot. Nonostante il pilota arrivi con Super Robot 28 (Tetsujin 28-go, 1963), il primo gigante meccanico dell’animazione giapponese, non vi è ancora traccia della consapevolezza del mutamento in atto come testimonia la mancanza di un rapporto diretto tra il robot/tecnologia e il pilota/Giappone, nella fattispecie il piccolo Shotaro che guida il robot a distanza con un radiocomando. Assente anche l’invasore alieno poiché la minaccia giunge da criminali dislocati in tutto il mondo, per la verità messo a repentaglio nella sua totalità dalla crisi dei missili di Cuba avvenuta l’anno precedente alla produzione dell’anime. Gli extraterrestri arrivano in Astroganga (Astroganger, 1972), serie in cui giostra un altro giovanissimo protagonista, Charlie. Qui il robot senziente non solo non necessita di essere guidato dal suo piccolo amico, ma addirittura lo assorbe al suo interno, metafora di un Giappone non completamente pronto a prendere in mano il proprio destino in gran parte ancora affidato all’occupante. Anche lo stesso Astroganga giunge infatti da un altro pianeta, quello su cui è stato forgiato il metallo magico capace di renderlo cosciente. Ma il 1972 è anche l’anno della svolta decisiva per quanto riguarda le serie robotiche: con Mazinga Z (Mazinger Z) Go Nagai fissa i canoni della scuola ortodossa e crea una serie di stilemi narrativi che saranno fondamentali per tutte le serie del decennio.
Go Nagai e la scuola ortodossa
Mazinga Z è il robot
che lo scienziato Juzo Kabuto lascia in eredità a suo nipote Koji (Ryo nel
doppiaggio italiano), che con esso dovrà difendere la Terra dall’assalto del Dottor Inferno. È molto importante sottolineare che Koji lo guida
dall’interno, entrando nella sua testa (kabuto in giapponese significa
“elmo”)
L’immagine del robot venne rivoluzionata da Nagai, che rese gli androidi delle vere e proprie estensioni corporee dei piloti, senza contare la capacità dei colossali meccanismi di trasformarsi, fondersi, agganciarsi ad altri androidi o ad altre tecnologie di supporto. Il robot gigante incarna lo spirito dei samurai, le grida del pilota, che precedono sempre l’uso di una potente arma rimandano alle arti marziali e al teatro No; il robot onnipotente può essere letto come parafrasi del continuo sviluppo tecnologico del Giappone e la rivalsa emblematica di un paese tenuto in stato di smilitarizzazione forzata. Contemporaneamente questi samurai d’acciaio sintetizzano l’immaginario tradizionale integrandolo al mondo del Giappone odierno dove convivono tecnologie avanzate e un profondo amore per la cultura popolare antica. [4]
Come il samurai trasfondeva il suo spirito nella propria spada, così il giovane pilota spiritualizza la sua corazza d’acciaio con cui diventa un tutt’uno tanto da soffrire per i colpi che le vengono inferti, donandole un’anima nipponica in grado di renderla “umana” (ricorrente alla fine delle puntate l’immagine del robot che vola incontro al Sol Levante sullo sfondo del Monte Fuji). Un’azione già consapevole, portata avanti da piloti che sono infatti adolescenti e non bambini come quelli delle serie precedenti, alfieri di un Giappone che cresce insieme alle sue generazioni del dopoguerra. Si pensi anche a Tetsuya Tsurugi de Il Grande Mazinga (Great Mazinger, 1974) e ad Actarus di Atlas UFO Robot, serie che ripropongono e sviluppano gli stilemi di Mazinga Z, ruotando sempre intorno al legame tra il pilota e il proprio mezzo che vede la testa del secondo come suo centro nevralgico. Un salto di qualità in proposito si riscontra in Jeeg Robot, uomo d’acciaio (Kotetsu Jeeg, 1975), dove è lo stesso Hiroshi Shiba a trasformarsi nel cranio del suo robot grazie a dei guanti speciali lasciatigli in eredità dal padre. Lo spirito e la tecnologia quindi si fondono e l’assimilazione dell’elemento esterno da parte del Giappone giunge ad uno snodo decisivo, che sancisce la piena compenetrazione tra la tecnologia (Jeeg) e il tessuto sociale nipponico (Hiroshi). Se la robotizzazione del Giappone è il frutto dell’adattamento alla pressione straniera del paese, cosa accade una volta che il vestito d’acciaio giunge alla perfetta aderenza con le sue forme? La risposta è fornita dall’opera di Yoshiyuki Tomino, capostipite della scuola realistica.
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